Caro direttore,
leggendo lo scambio pubblicato ieri fra lei e la dott.ssa Armeni mi torna alla mente la prima volta in cui ho davvero messo le mani nel lavoro di giudizio sull'aborto.
La scorsa primavera ero ad una cena fuori città con due amici quando, nel bel mezzo di una discussione , uno dei due confessò di essere corresponsabile di quello effettuato dalla sua ormai ex-ragazza.
Questo mio amico, verso cui nutro una profonda stima, concluse la sua narrazione dicendo: “ora sarete delusi da me e non vorrete essermi più amici”. In verità io ero stupefatto dalla sua confessione e dalla scoperta della mia compassione. Capivo infatti, nella ammissione di collaborazione al delitto, che la sua miseria umana era esattamente la mia e che erano corrette tutte le frasi neotestamentarie del tipo “come per il peccato di uno tutta l'umanità è caduta in disgrazia, così per il sacrificio di uno tutta l'umanità riacquista la grazia”. Il suo peccato di uomo coinvolge anche me. Mi sono sentito solidale con lui, nessun “giudizio” (cioè sentenza definitiva), nessuna disistima.
A quel punto l'altro mio amico propose l'atto riparatorio/compensativo “fai qualcosa per un'altra vita che nessuno vuole”, cioè il ritorno alla logica vetero-testamentaria dell'”occhio per occhio” al contrario, ovvero la sua dieta liquida.
La sua risposta a Ritanna ha novità proprio in questo senso.
In particolare mi sono soffermato sulla frase “non confondere la tua [vita] con la vita di un altro se poi non sei disponibile alla vita di un altro ancora”.
Per intenderci: l'altro giorno le citavo la frase pronunciata, nel film “Il cattivo tenente” (di Abel Ferrara), da una suora violentata per i suoi aggressori “desidero perfezionare la loro preghiera: che il loro seme di violentatori diventi fertile sperma di padri, così come Gesù trasformò l'acqua in vino”. Volendo ora riproporre anche un'altra frase di Gesù “sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza” unendola alla scoperta dell'”aborto degli anti-abortisti” (cioè il maltrattamento riservato da genitori verso i propri figli) si giunge a conclusione che l'aborto coincide con l'odio per la propria stessa vita.
Ecco perché anche il punto di vista di Ritanna, così centrato sulle motivazioni personali, sulla “libertà”, sul “peccato di omissione” mi commuove: la sorte della nuova vita coincide con la vita dei genitori che la fecondano. “Dare la vita”... è ben più che mettere solo fisicamente al mondo una persona.
La Chiesa non vuole “tagliare le mani” a chi commette peccato (dovremmo essere tutti monchi), ma è interessata a non voler escludere la possibilità del pentimento facendo dell'aborto un “diritto”.
Riguardo ancora a Ritanna mi viene da dire questo: si parla tanto di libertà di scegliere, ma la vera libertà è stare alla contingenza, cioè il “mi tocca”. La scopata crea qualcosa che “mi tocca”; rimuoverla significa superbia, negazione della realtà.
Quando si commettono atti senza considerare le conseguenze di essi, si sosta sempre nella superbia, laddove l'umiltà è “stare con i piedi per terra”.
Altroché “umiltà” come disistima della propria persona (torniamo a leggere Bernardo di Chiaravalle).
Ora, lei parla di “lasciare la strada di ieri” e vi riconosco il pensiero che la Chiesa ha definito pentimento per “contritio” contrapposto al pentimento per “attritio” (che suona un po' come “attore”). Il solo vero pentimento è chiaramente quello del primo tipo, quello cioè che permette il “cambiamento di strada”, così come i Re magi “per un'altra strada fecero ritorno al loro paese”, dopo l'incontro col Bambino.
Il problema di quella serata primaverile fu lo scarto dell'ipotesi del confessionale, nel quale lei dice di “non essere mai entrato”.
Dato che il pentimento per tutti gli aborti (di pensiero – eventualmente anche concreti) della nostra vita si perfeziona solo nella confessione di tale delitto, c'è da chiedersi a CHI essi vadano confessati, e il bello delle vostre lettere è che contengono delle confessioni in tal senso.
Non è un segreto per nessuno dei lettori la sua posizione di lavoro nei confronti della fede cattolica. La confessione va fatta al “Logos” citato da Benedetto XVI nel discorso di Ratisbona, laddove il Logos è unione di razionalità e moto, cioè Pensiero cui l'uomo è fatto “a immagine e somiglianza”.
I cristiani sono tutti figli perché il Logos è il Padre di Gesù (che ne è l'incarnazione).
Ecco spiegato perché il primo parricidio è quello operato nei confronti del pensiero (“la piccola barca del pensiero è scossa dalle onde del relativismo”).
La confessione va fatta al Corpo di Cristo, cioè la Chiesa – dato che ne ha il pensiero - (quindi ad un suo rappresentante) senza fideismi e senza credenze varie (a cui lei è giustamente allergico – e tutti i cattolici dovrebbero diventarlo).
La presenza del Logos è esperibile solo da chi intuisce un ordine nell'universo... anzi: la definizione stessa di uni-verso presuppone tale ordinamento. Non ovviamente un ordine matematico (è abbastanza banale) ma un ordine umano (dicono le scritture “Cristo misura di tutte le cose”). Ecco perché l'ultimo Woody Allen mi sta sui coglioni con le sue frasi del tipo “la vita non è altro che caos... non esiste giustizia”, il Woody Allen di “Crimini e misfatti” che non concepisce il perdono.
È mia opinione che basti solo questo a perfezionare la moratoria: la richiesta del perdono ai rappresentanti del “Logos incarnato” in seguito a pentimento. Ovviamente se avvenisse ciò saremmo alla “fine dei tempi”.
In conclusione dico una frase pretenziosa (da figlio di Giussani riconosco “la pretesa cristiana”): fino all'altro giorno asserivo che la questione dell'aborto era risolvibile anche senza tirare in ballo il pensiero cattolico, oggi dico che solo all'interno di esso questo è possibile.
Spero che queste parole non risultino vuote. Tanta gente consuma i termini ripetendoli automaticamente; spero sia chiaro che in me non c'è nessuna ripetizione fideistica.
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